Io & Pokémon GO! – Mangiamo la Foglia

Di tutti i fenomeni che mi sono lasciato scivolare addosso, Pokémon GO! è stato il più difficile da grattar via. Restio da sempre a mode e free-to-play, prima dell’estate 2016 la Niantic era solo una software house che aveva qualcosa a che fare con Google e che aveva sviluppato un certo Ingress troppo complicato per i miei gusti. Ma i Pokémon li conoscevo eccome, come tutta la generazione a cui appartengo e cresciuta a pane, Dragon Ball e topi gialli. Sogno da sempre di far l’allenatore, avventurarmi in giro per il mondo alla ricerca di mostriciattoli da collezionare e far combattere tra di loro senza incorrere in problemi legali. Pokémon GO! è stato il ridimensionato avverarsi di questo sogno: se i videogiochi sono il modo più intelligente che gli uomini hanno inventato per esperire vite parallele, la Niantic aveva trovato il modo più realistico per darci vere Pokéball in mano e farci vivere vere avventure in giro per il mondo – circoscritto in questo caso ai luoghi topici delle nostre città o paesi. L’annuncio di Pokémon: Let’s GO! Pikachu e Let’s GO! Eevee ha ridato forma a questo sogno, ma qualcosa è cambiato. Nell’avventurarmi ormai solo e a tarda notte dopo il lavoro fra le strade della mia città in cerca di Pokémon, ho capito di aver perso ciò che più mi aveva rapito di questa esperienza: la condivisione. Io sono ProngedLeaf, e questa è la mia storia con Pokémon GO!

L’ascesa

Non ci volle molto perché il fenomeno esplodesse: i sogni e le ambizioni di cui ho parlato non sono mai state solo mie, ma condivise anche da un buon 80% della popolazione mondiale. Le prime avvisaglie furono i video virali che cominciarono a diffondersi: gente che in massa per le strade di Tokyo o New York si muoveva per l’avvistamento di un Charizard, di uno Snorlax o di un Mewtwo – non tutti gli avvistamenti erano proprio sinceri. Fu forse questo grado di alienazione ad allertare media ed entità superiori: piazze piene di ragazzini con la faccia appiccicata al cellulare che urlavano come matti senza motivo, che attraversavano la strada senza guardare e venivano investiti, che costringevano i genitori ad acquistare cellulari performanti e divenire schiavi lobotomizzati di un gioco sempre tutto uguale. Ma Pokémon GO! era o no divertente? Vi meraviglierà sapere che no, Pokémon GO! non era affatto un gioco divertente. La critica specializzata l’aveva all’unanimità stroncato, e se vi fate un giro fra i database di notizie dell’epoca noterete che le poche recensioni erano per lo più negative, quando non gonfiate: pochissimi contenuti, problemi tecnici a non finire e un sistema di progressione estremamente lento e statico sono difetti che non bastano a rendere valido il sogno di un’intera generazione. Non che fosse un problema, poiché l’estrema accessibilità del prodotto e la forza di un marchio radicato in oltre vent’anni di sognatori ne decretò facilmente il successo. Dopo aver comunicato d’aver raggiunto i 200 milioni di ricavi nel solo primo mese di vita, in molti si alzarono dalla lobotomia e cominciarono a chiedersi quanto il suo successo fosse da attribuire alla parola Pokémon e non alla parola GO!. La soluzione al problema stava per arrivare, e sarebbe stata quanto più scontata si potesse immaginare.

Radici

Un mese fu sufficiente al gioco per stabilizzarsi: gli aggiornamenti arrivavano a botte di un paio di giorni per volta, i gruppi Facebook e Whatsapp cominciavano a organizzare i primi raid alle palestre e i luoghi di interesse cominciarono a solidificarsi, generalmente accorpando più Poké-Stop nel raggio immediato. A Bari toccò alla piazzetta della Camera di Commercio, a pochi passi dal Chiringuito e più in generale dal Lungomare – luoghi d’estate molto frequentati a prescindere dalle mode del momento. I giardinetti furono così invasi da tavolini di legno e sedioline rumorose che la gente si portava da casa, chioschetti di birra e limonata quasi sempre fresca e poche ma belle ragazze molestate da frotte di nerd allupati (me compreso). Con Nicola ricordo che le giornate erano ormai programmate: ci si alzava la mattina presto, si studiava quel tanto che basta e per le dodici si faceva il primo giro; poi casa, pranzo, riposino e ripeti fino alle otto, secondo giro, birra e a casa per le undici. Si parlava del più e del meno, in generale di quanto poco ci capissimo rispetto alla schiera di gente che shoppava Fortunuova e che a turno mettevano Aromi in quei quattro Poké-Stop radunati di fila davanti alla Camera di Commercio. Ci si limitava a far schiudere uova, a lanciare pacchi di Pokéball addosso agli stessi quattro Pokémon di sempre e a ridere di chi prendeva le palestre così sul serio. Poi arrivarono i primi tecnicismi: scegliere un Pokémon rispetto a un altro per i Punti Battaglia in confronto al livello, trasferirli per ottenere caramelle e potenziarli, e magari perfezionare la precisione del tiro curvo perché quei quattro punti esperienza in più fanno sempre comodo. Ci dedicavamo però troppo poco tempo e ci perdevamo tutte le volte in cui comparivano Pokémon rari a due passi dalla Camera e gente che invadeva Via Melo a ondate ripetute di quaranta e cinquanta teste. Pokémon GO! ci aveva insomma toccato piano, ma sapevamo di essere parte di un discorso più grande che potevamo affrontare con chiunque, confrontarci con chiunque, riderne con chiunque: era dappertutto, per tutti e di tutti, e forse per la prima volta ci fece scoprire il piacere di partecipare a una moda.

La caduta

Poi l’estate finì, e le giornate cominciarono a farsi più fredde. Il sole tramontava un po’ prima, gli esami si facevano più vicini, il confronto ormai non reggeva più. Rimanemmo indietro, e la polvere altrui fu terreno per la nostra caduta. La noia era fra noi – insieme a un vago senso di responsabilità. Quindi lasciammo un po’ perdere – noi come tanti altri, guardando da lontano tutte le migliorie che poco a poco stavano contribuendo a rendere Pokémon GO! un gioco a tutti gli effetti: missioni giornaliere, raid contro giganteschi e temibili avversari, Pokémon di seconda e terza generazione, compagni e oggetti per una progressione molto più veloce e varia; ad oggi vengono organizzati spesso eventi interni, non c’è veramente nulla di cui annoiarsi. Sono ancora molti i gruppi Facebook attivi, impegnati nella colonizzazione sempre frequente di palestre e medaglie – in un paio di giorni il mio Flareon PB 1456 ha sconfitto da solo una palestra per poi morire miseramente il giorno dopo contro una frotta di Jigglypuff PB 103. Tuttavia le strade sono vuote, e sono ormai pochi gli allenatori che si vedono in giro. Stare con la faccia schiantata al cellulare a swipare Pokéball fa sentire per la prima volta un po’ strani, e urlare per la cattura di un Exeguttor PB 1995 è più da denuncia che da festeggiamento. Pokémon GO! è un fenomeno morto alla tenera età di due anni, proprio nel momento in cui può dirsi finalmente completo. Adesso entrambe le parole del suo nome hanno importanza. L’annuncio di Pokémon: Let’s GO! è quanto di più provvidenziale poteva capitare in proposito, e anche se ha già spaccato il pubblico fra benefattori e detrattori, ha certo innescato qualcosa che di questi tempi non è difficile regalare: la nostalgia. Dubito si potrà replicare il successo passato anche per l’ovvio motivo che il Nintendo Switch è meno diffuso dello smartphone, ma le premesse per un cambiamento epocale ci sono tutte: ora che è finalmente un videogioco, Pokémon GO! è pronto per un’avventura che si rispetti su una console che lo rispetti, per dimostrare una volta per tutte quanto vale senza l’accecante luccichio del suo manto da fenomeno per la massa.

Conclusione

Scrivere di videogiochi mi ha aiutato a sviluppare un occhio più acuto, capace di cogliere e apprezzare il progresso quando meritato e costante. Nintendo Switch è già per tanti versi una rivoluzione, e Pokémon: Let’s GO! è solo il gradino successivo della sua ascesa, ma nulla è ancora deciso: riuscirà come Breath of the Wild e Odyssey a incanalare alla perfezione le esigenze di un’intera e più che mai eterogenea comunità di videogiocatori? Il 16 novembre non è poi così lontano, e noi nerd siamo più di altri abituati a stringere i denti. Secondo me vale la pena aspettare: le cose stanno cambiando in Nintendo, e per i Pokémon potrebbe essere il momento adatto a una svolta per riaffermarsi ancora, per morire un altro giorno e non oggi, forse mai.

  • Giovanni “ProngedLeaf” Casa
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