Mangiamo la Foglia: Red Dead Redemption II e i salti generazionali

Digital Foundry sostiene che Red Dead Redemption II corrisponde a un intero salto generazionale rispetto a GTA V: dopo aver visto quel magnifico terzo trailer rilasciato qualche giorno fa ne sono rimasti stregati e hanno ragione – ma a me viene solo da dire che io sono ProngedLeaf e anche questa settimana vi accompagno fra le perpetue menzogne brillantinate della nostra passione preferita per scoprirne i punti deboli e farci grandi sui forum. Sapevate che Final Fantasy VII Remake è il gioco più atteso dai lettori di Famitsu?

Non sono un grande fan dei giochi Rockstar,

li ho sempre trovati dispersivi e nevrotici nel loro essere sempre impegnati su tematiche “limite”: crimine, crimine, crimine. Pur non avendolo mai giocato, Red Dead Redemption ha invece il gran pregio di portare in scena l’unico crimine che riesco a ritenere elegante – quello dell’anarchia marziale nel far west, un canone estetico troppo poco approfondito da questo media e comunque mai direzionato verso il mainstream. Red Dead Redemption II ha tutte le carte in regola per diventare il nuovo fenomeno di massa à la Grand Theft Auto di questa generazione – ma stavolta più che mai non mi sento di consegnargli bendato l’ambito mongolino d’oro. Il nuovo gioco Rockstar va infatti a incastrarsi in un panorama ormai dominato da sandbox di colorazione ruolistica mossi da un comparto narrativo sempre coerente con le atmosfere del gioco e mai disumanizzato: insomma, oggi è difficile che un gioco del genere possa risultare particolare come in passato, ancor di più se si considera la mancanza delle tre lettere più famose del mondo nel suo nome (G, T e A. Capito adesso?). Il trailer rilasciato è comunque meraviglioso, sprizza stile da tutti i pori ed emana quell’unicità che è quasi senso di appartenenza, marchio distintivo di una delle software house migliori in circolazione – se non addirittura la migliore. A mio parere dunque una grande scommessa, quella di Rockstar: sarà molto interessante vedere come riuscirà a influenzare quel mondo dei videogiochi ora più che mai così aperto al cambiamento e all’ibridazione. Chiaramente io non lo compro perché bleah, che schifo i giochi Rockstar, sono peggio di quelli Valve.

I giochi preferiti di Balrog

Lo so che siete stufi delle notizie su God of War, i cui echi di successo continuano a impazzare sul web sotto forma di inutili notizie e irritanti meme. Non se ne può in ogni caso ignorare l’impatto culturale, specie se consideriamo quanto debba anche a tante buone idee partorite ben prima del suo concepimento da altri giochi. Ecco perché trovo interessante e utile riportare quanto segue: Cory Balrog, noto director del gioco, ha stilato una lista degli otto giochi da non perdere, la cui consultazione può forse aiutare a far capire quanto ogni opera d’arte debba all’imitazione e all’emulazione concreta. Tralasciando quel Kingdom Come di cui ignorerò l’esistenza e scontando Hellblade, The Last of Us e Horizon: Zero Dawn, risulta curiosa la presenza di Assassin’s Creed Origins, Celeste ed Elite Dangerous e totalmente inaspettata quella di The Evil Within. Pensavo di essere l’unico ad aver apprezzato il (parecchio) imperfetto lavoro di Shinji Mikami, e mi risulta difficile inquadrare quali siano state le caratteristiche importate in God of War – se ce ne sono. La prima avventura del Detective Castellanos è un ottimo tripudio di follia e orrore, un viaggio nella mente di un serial killer scandito dagli sbalzi tipici dei migliori flussi di coscienza, i cui però pesanti difetti ne hanno impedito l’ascesa a cult per il genere di appartenenza: sperimentale ma neanche troppo, le meccaniche da tower defense erano perfette se contestualizzate in scenari in grado di sfruttarle – non in inutili spazi aperti in cui perdere bile e cervello. Rimane uno dei miei giochi preferiti, e lo consiglierei senza riserve se il mondo fuori di me fosse allenato a sopportare difetti per godere di pregi. Peccato.

Ryse 2 ANCHE NO

Continuano a impazzare chiacchierii e battutine sul desiderato sequel di Ryse: Son of Rome, e quando in Crytek hanno tutti l’influenza, tocca a Spencer e Ybarra rispondere. Come potete leggere esattamente qui, Spencer sostiene che non c’è mai un motivo perché qualcosa non succede e che se succede, succede. È bello che il gioco abbia così tanti fan, però potevate cacciarvi fuori all’uscita del gioco e non magari ora che non serve più a niente. Quindi niente Ryse, che grave peccato. Intanto a me avete messo la scimmia di giocarlo, quindi se ve lo beccate in live su Twitch in una fresca domenica d’agosto, sapete che dovrete incolpare solo voi stessi. E me, ma sopratutto voi stessi.

Conclusione

L’estate sta arrivando, e con essa anche la moria di notizie che spesso e volentieri l’accompagna. Il sole di questo maggio porta siccità e noia nei nostri cuori, e nemmeno le recensioni entusiastiche di Donkey Kong Country: Tropical Freeze riescono a raffreddare quest’arsura. No, assolutamente no, non ce li spendo sessanta euro interi per quella che è alla fine solo una remastered – nemmeno, un porting. Ho detto no, forse un pochino più avanti, ok, li spendo appena passo l’esame. Ciao.

Giovanni “ProngedLeaf” Casa

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